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NAZIONALE

USA–Italia 54–24. Quattro partite e una difficoltà che continua a tornare

L'Italia chiude le WXV Global Series 2026 con una vittoria e tre sconfitte. A Nashville parte avanti 12–0, poi subisce la rimonta degli Stati Uniti. Il bilancio mostra una Nazionale capace di segnare, ma ancora in difficoltà nel contenere l'avanzamento delle avversarie.

Al quattordicesimo minuto della partita di Nashville, l'Italia è avanti 12–0.

Francesca Granzotto ha segnato raccogliendo un preciso calcio trasversale di Emma Stevanin. Francesca Sgorbini ha aggiunto la seconda meta, approfittando di un calcio di liberazione americano ribattuto. Michela Sillari ha trasformato.

Le Azzurre hanno iniziato bene. Hanno trovato spazio, sfruttato le occasioni e costretto gli Stati Uniti a inseguire.

All'intervallo, però, sono le Eagles a condurre 28–12. Quando arriva il fischio finale, il punteggio è diventato 54–24.

Tra quei due momenti c'è buona parte di ciò che questa partita ha mostrato.

Gli Stati Uniti hanno cominciato a guadagnare terreno attraverso le portate delle proprie avanti, spostando progressivamente il confronto nella metà campo italiana. Le Azzurre hanno continuato a cercare soluzioni offensive, trovando altre due mete, ma non sono riuscite a contenere abbastanza l'avanzamento americano.

Nashville chiude così le WXV Global Series 2026 con un bilancio di una vittoria e tre sconfitte.

Per capire quanto questo risultato racconti della Nazionale di Plinio Sciamanna, vale la pena guardare anche alle tre partite precedenti.

Nashville, quando la difesa comincia ad arretrare

La prima risposta americana arriva attraverso il gioco delle avanti.

Keia Mae Sagapolu-Senele segna due volte, finalizzando sequenze di cariche ravvicinate. Lauryn Carlton trova spazio accanto a un raggruppamento e Freda Tafuna firma la quarta meta statunitense poco prima dell'intervallo.

Il 12–0 italiano si è trasformato in un 28–12 per le Eagles.

In apertura di ripresa Tafuna segna ancora, portando il risultato sul 33–12. Completerà la tripletta più avanti, mentre gli Stati Uniti aggiungeranno anche le mete di Georgie Perris-Redding e Kate Zackary.

L'Italia risponde con Vittoria Ostuni Minuzzi e Beatrice Rigoni. Il conto finale è di otto mete americane contro quattro italiane.

Ma la difficoltà più evidente non riguarda soltanto il numero delle marcature.

In diverse azioni, le portatrici americane sono riuscite ad avanzare nonostante il contatto con le difendenti italiane. Una volta fermata la portatrice, il pallone si trovava già qualche metro più avanti. Da lì ripartiva una nuova fase, con la difesa costretta a riallinearsi.

È una dinamica importante, perché una squadra può anche completare il placcaggio senza riuscire davvero a interrompere l'avanzamento.

A Nashville Freda Tafuna è stata particolarmente efficace in queste situazioni, così come Sagapolu-Senele. Le caratteristiche fisiche delle giocatrici americane hanno certamente avuto un peso, ma gli Stati Uniti hanno anche saputo utilizzare quelle qualità dentro sequenze organizzate.

Non sarebbe corretto trasformare tutto questo in un'accusa alle singole placcatrici italiane.

Per stabilire con precisione le responsabilità tecniche servirebbe un'analisi completa dei contatti, delle posizioni difensive e della velocità dei palloni successivi.

La difficoltà collettiva, però, è stata visibile: troppo spesso le Eagles sono riuscite a far avanzare il gioco anche quando l'Italia arrivava al contatto.

Mansfield aveva già lasciato un'indicazione

Una settimana prima, a Mansfield, gli Stati Uniti avevano vinto 36–27.

Le due squadre avevano segnato cinque mete ciascuna. Sul tabellino la differenza era arrivata dai calci: quattro trasformazioni e un piazzato per le Eagles, una sola trasformazione per l'Italia.

Ma le statistiche di quella partita offrivano altri elementi.

Secondo Rugby Australia, gli Stati Uniti avevano effettuato 182 portate contro le 126 italiane, guadagnando complessivamente 648 metri contro 515.

L'Italia aveva dovuto effettuare 200 placcaggi, mentre alle americane ne erano stati richiesti 153.

Questi numeri non dimostrano che ogni singola portata statunitense fosse più efficace. Descrivono però una partita nella quale gli USA hanno avuto più occasioni di attaccare con il pallone e hanno costretto l'Italia a un maggiore lavoro difensivo.

Per Nashville non disponiamo ancora di statistiche complete e comparabili sui metri guadagnati dopo il contatto. Non possiamo quindi quantificare quanto terreno abbiano effettivamente conquistato le portatrici americane in questa seconda sfida.

Possiamo però riconoscere che il problema dell'avanzamento è tornato con evidenza.

A Mansfield l'Italia era riuscita a reagire dopo essersi trovata sotto 33–10, riportandosi fino al 33–22 e segnando ancora nel finale. A Nashville il margine americano ha continuato ad allargarsi, nonostante le due marcature azzurre della ripresa.

La differenza fra i due risultati non cancella quanto di buono fatto dall'Italia in attacco. Mostra, piuttosto, che segnare non è bastato a compensare ciò che la squadra ha concesso.

Dalla maul alle portate: problemi diversi, una conseguenza comune

Le difficoltà nel contenimento dell'avanzamento non sono comparse per la prima volta negli Stati Uniti.

Nella vittoria per 55–21 contro il Giappone, l'Italia aveva subito due delle tre mete avversarie da maul avanzanti. Nei primi quindici minuti, le giapponesi erano addirittura riuscite a ribaltare il 12–0 iniziale delle Azzurre, portandosi avanti 14–12.

L'Italia aveva poi ripreso il controllo dell'incontro, segnando nove mete complessive.

Contro il Sudafrica, una settimana dopo, la maul sarebbe diventata una delle situazioni decisive.

Sotto 24–12 all'intervallo, le Azzurre erano riuscite a rimontare fino al 29–27. A quel punto, però, una maul sudafricana aveva portato alla meta di Gunter, che aveva restituito il vantaggio alle ospiti.

La successiva marcatura di Welman avrebbe fissato il risultato sul 41–29.

È importante non confondere i problemi.

Una maul organizzata da rimessa laterale richiede risposte difensive differenti rispetto a una portatrice che attacca frontalmente la linea del vantaggio. Cambiano i punti di intervento, i tempi e le responsabilità tecniche.

Sarebbe semplicistico descrivere le difficoltà delle quattro partite come un unico difetto.

Esiste però una conseguenza ricorrente: quando le avversarie sono riuscite a trovare continuità nell'avanzamento, l'Italia ha faticato a interromperla.

Contro il Giappone è riuscita a superare quella fase e a costruire una vittoria netta. Contro il Sudafrica e gli Stati Uniti, invece, le difficoltà hanno inciso in modo molto più pesante sul risultato.

Ventidue mete segnate. Ventidue subite.

Le quattro WXV Global Series consegnano un bilancio numerico particolare.

L'Italia ha segnato 22 mete e ne ha subite altrettante.

I risultati raccontano meglio come si sia arrivati a questo equilibrio:

PartitaRisultato ItaliaMete segnateMete subite
Giappone55–2193
Sudafrica29–4146
USA, Mansfield27–3655
USA, Nashville24–5448
Totale135–1522222

Nove delle ventidue mete italiane sono arrivate contro il Giappone.

Tredici delle ventidue mete subite, invece, sono state segnate dagli Stati Uniti nelle due partite americane.

La distribuzione è importante.

Contro il Giappone, l'Italia ha avuto la capacità di produrre gioco e chiudere l'incontro con un margine ampio. Nelle tre sconfitte successive ha continuato a trovare la via della meta, ma senza riuscire a ottenere un risultato positivo.

A Mansfield erano state cinque per parte. A Nashville le americane hanno segnato il doppio delle mete italiane.

In totale le Azzurre chiudono il ciclo con 135 punti realizzati e 152 subiti.

Sono numeri che confermano l'esistenza di risorse offensive. La squadra ha costruito mete attraverso il gioco aperto, le iniziative individuali e il lavoro delle avanti.

Ma il dato delle mete segnate, da solo, non dice quanto una formazione riesca a controllare una partita.

Contano anche il territorio concesso, i possessi difesi e la capacità di fermare un'avversaria prima che possa organizzare una nuova fase offensiva in posizione favorevole.

Ed è qui che le WXV Global Series hanno lasciato alcune domande importanti.

La partita cambia. L'Italia fatica a ritrovare il controllo

Le tre sconfitte non si sono sviluppate nello stesso modo.

Contro il Sudafrica le Azzurre erano riuscite a recuperare e a portarsi avanti, prima di subire il controsorpasso.

A Mansfield avevano inseguito per gran parte dell'incontro, trovando una reazione nella ripresa senza riuscire a completarla.

A Nashville, invece, la squadra è partita con dodici punti di vantaggio ed è stata poi raggiunta e superata, subendo cinque mete consecutive prima di tornare a segnare.

Non possiamo attribuire questi tre andamenti a una sola causa.

C'è però una difficoltà che merita attenzione: nei momenti in cui le avversarie hanno imposto lunghi periodi di pressione, l'Italia non è sempre riuscita a riportare la partita su condizioni più favorevoli.

Questo riguarda il lavoro difensivo, ma anche ciò che accade dopo aver riconquistato il pallone: la gestione del possesso, l'occupazione del territorio, le scelte al piede e la capacità di evitare di tornare immediatamente sotto pressione.

Sono componenti diverse dello stesso incontro. Valutarne il peso richiederebbe un'analisi tecnica più approfondita di quella consentita dai tabellini.

Le partite, però, indicano una necessità concreta: riuscire a gestire meglio i momenti nei quali l'avversaria prende l'iniziativa.

Sillari e Vecchini, due traguardi dentro una serata difficile

La partita di Nashville ha segnato anche due momenti importanti per la storia personale di altrettante Azzurre.

Michela Sillari ha raggiunto la centesima presenza in Nazionale. Vittoria Vecchini, a ventiquattro anni, ha festeggiato il cinquantesimo cap.

Sono numeri che raccontano percorsi differenti.

Sillari ha attraversato molte stagioni del rugby internazionale italiano, partecipando ad alcune delle pagine più significative della Nazionale. Vecchini ha già accumulato un'esperienza importante e continua a rappresentare una presenza stabile nel pacchetto di mischia azzurro.

Il risultato di Nashville non cambia il valore di queste due storie.

Allo stesso tempo, ricordare i traguardi individuali non deve impedire di osservare con lucidità il rendimento collettivo.

Quello che resta da affrontare

Quattro partite non bastano per esprimere un giudizio definitivo sul lavoro di Plinio Sciamanna, al suo primo ciclo internazionale da capo allenatore delle Azzurre.

Bastano, però, per individuare alcuni aspetti sui quali intervenire.

La capacità di creare occasioni offensive è emersa in tutte e quattro le gare. Le ventidue mete realizzate lo confermano, anche se la loro distribuzione invita a non fermarsi al totale.

Dall'altra parte, l'Italia ha sofferto le maul avversarie in momenti importanti delle prime due partite e, contro gli Stati Uniti, ha incontrato difficoltà nel contenere le portate ravvicinate.

La continuità della prestazione è un altro aspetto da affrontare, soprattutto quando il confronto cambia direzione e la squadra è costretta a difendere per lunghi periodi.

Nessuno di questi elementi autorizza a individuare colpevoli. Sono situazioni di gioco, osservabili e analizzabili, sulle quali una Nazionale può lavorare.

La seconda partita americana lascia un'immagine particolarmente chiara.

Al quattordicesimo minuto l'Italia conduceva 12–0. Aveva trovato due mete e costretto le Eagles a inseguire.

Poi gli Stati Uniti hanno cominciato a guadagnare terreno, portata dopo portata. Il loro attacco ha preso ritmo, mentre la difesa italiana si è trovata sempre più spesso ad arretrare.

Il punteggio finale è arrivato anche da lì.

Ridurre quei metri concessi fra un contatto e il successivo, e riuscire a interrompere prima le sequenze avversarie, sarà uno dei lavori più importanti da affrontare dopo queste WXV Global Series.

Matteo Fasolio

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