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NAZIONALE

Da 106 caps a zero:
l’Italia di Sciamanna comincia da qui

Il WXV Global Series 2026 non servirà soltanto a misurare l’Italia contro Giappone, Sudafrica e Stati Uniti. Sarà il primo vero laboratorio della nuova gestione: quattro partite per capire quanto può allargarsi la Nazionale senza perdere la propria identità.

Sofia Stefan entra nel WXV Global Series 2026 con 106 presenze in Nazionale.

Nello stesso gruppo ci sono giocatrici che la maglia dell’Italia maggiore non l’hanno ancora indossata nemmeno una volta.

Centosei da una parte. Zero dall’altra.

In mezzo c’è la prima Italia di Plinio Sciamanna.

Forse è proprio questa la prospettiva più interessante da cui guardare le prossime settimane. Non soltanto i risultati, non soltanto il debutto del nuovo capo allenatore e nemmeno soltanto le quattro avversarie.

La domanda è un’altra: quanto può diventare più larga questa Nazionale?

Emma Stevanin, alla vigilia della Global Series, ha trovato una definizione quasi perfetta: nel gruppo azzurro oggi non c’è una generazione, ce ne sono due. Da una parte giocatrici che hanno già attraversato Mondiali e Sei Nazioni; dall’altra una fascia più giovane che, inevitabilmente, dovrà assumersi una quota crescente del percorso verso il 2029.

Il WXV può essere il punto in cui queste due traiettorie iniziano davvero a incontrarsi.

Continuità, non rivoluzione

Sciamanna non arriva in una Nazionale che non conosce.

Era già all’interno dello staff da cinque anni e il messaggio dato all’inizio del nuovo ciclo è stato chiaro: continuare il lavoro costruito negli ultimi anni, intervenendo su alcuni dettagli senza cambiare improvvisamente identità alla squadra.

Non serve demolire per poter cambiare.

Il vero elemento nuovo, almeno in questa prima finestra, sembra essere invece la profondità.

Sciamanna ha indicato tra gli obiettivi delle quattro partite la volontà di dare minuti al maggior numero possibile di giocatrici e arrivare al prossimo Sei Nazioni con una conoscenza più ampia delle alternative disponibili.

È una distinzione importante.

Convocare una giocatrice non significa averla davvero inserita.

Portarla in raduno permette di osservarla. Farle giocare rugby internazionale permette di capire molto di più: come reagisce alla velocità, alla pressione, alla fisicità, alle decisioni che a questo livello devono essere prese qualche frazione di secondo prima.

Ed è proprio lì che questo WXV può diventare qualcosa di più di una serie di test match.

Il gruppo più largo

Nel primo raduno di Silea sono state chiamate 32 atlete.

Tra le possibili esordienti figuravano Natascia Aggio, Silvia Fent, Laura Foscato, Rubina Grassi, Mascia Jelic e Vittoria Zeni. Nel gruppo è tornata anche Beatrice Rigoni, con 87 presenze internazionali, mentre Stefan arrivava a quota 106.

La lista iniziale complessiva per la Global Series era ancora più larga: 38 giocatrici e sette potenziali esordienti.

I numeri da soli, però, dicono poco.

La vera fotografia arriverà durante le partite.

Chi entrerà contro il Giappone? Chi avrà una seconda occasione contro il Sudafrica? Chi verrà ruotata? Chi inizierà una partita dopo essere entrata dalla panchina nella precedente? Chi, alla fine di ottobre, avrà uno status diverso rispetto a quello con cui ha iniziato il raduno?

Sciamanna ha già escluso l’idea di attraversare la finestra internazionale affidandosi sempre alla stessa formazione.

Vuole provare. Alternare. Accumulare informazioni.

E arrivare al Sei Nazioni con più risposte di quante ne abbia oggi.

Quattro partite che chiedono cose diverse

Anche il calendario aiuta.

Le quattro partite non sembrano quattro copie della stessa prova.

Il Giappone è un’avversaria contro cui la storia recente sorride nettamente all’Italia: prima dell’incontro del 19 settembre, il bilancio ufficiale parlava di sei vittorie azzurre, un pareggio e una sola sconfitta in otto confronti. L’ultimo precedente, nell’agosto 2025, era terminato 33-15.

Ma leggere soltanto i risultati sarebbe riduttivo.

Stevanin ha descritto le Sakura XV come una squadra capace di mettere pressione, abbassare bene il proprio corpo nelle collisioni e costruire il gioco attraverso tecnica e velocità.

L’Italia avrà un vantaggio fisico da sfruttare, ma affronterà una squadra abituata a convivere con quella differenza.

Già sette giorni dopo il problema cambierà.

La memoria del Sudafrica

Il Sudafrica porta con sé qualcosa che il Giappone non ha: l’ultima sconfitta diretta.

Al Mondiale 2025 le Springbok Women hanno battuto l’Italia 29-24.

Storicamente il bilancio resta favorevole alle Azzurre, con tre successi nei quattro incontri indicati nel materiale di partenza, ma quel 29-24 pesa diversamente perché è il precedente più recente ed è arrivato sul palcoscenico più importante.

Anche tatticamente sarà un’altra partita.

Contro il Sudafrica, spiegava Stevanin, l’Italia ha lavorato sull’utilizzo della palla, sulla capacità di trovare vie d’uscita dalle collisioni e sull’aumento del ricorso al gioco al piede.

Non significa aspettarsi una Nazionale improvvisamente diversa.

Significa cominciare a capire se questa Italia può aggiungere soluzioni al proprio rugby senza perdere quello che già sa fare.

Ed è probabilmente questo uno dei compiti più delicati di qualsiasi nuovo ciclo tecnico: cambiare senza cancellare.

Due volte Stati Uniti

Poi arriveranno gli Stati Uniti.

Il bilancio indicato alla vigilia è perfettamente in equilibrio: due vittorie per parte. L’Italia ha conquistato gli ultimi due confronti, 22-10 al Mondiale 2022 e 30-8 nel WXV 2023.

Ma questa volta c’è una particolarità.

Le Eagles arriveranno due volte consecutive.

17 ottobre. 24 ottobre.

E difficilmente la seconda partita potrà essere letta come la prima.

Dopo ottanta minuti giocati una contro l’altra, entrambe le squadre avranno informazioni freschissime: punti deboli, adattamenti, scelte sui punti d’incontro, situazioni da evitare e spazi da provare nuovamente ad attaccare.

Per Sciamanna può diventare anche un esperimento dentro l’esperimento.

Quanto si può cambiare una formazione e continuare a riconoscere la stessa squadra?

Quanto può incidere il turnover?

E soprattutto: una giocatrice nuova riesce semplicemente a riempire una casella oppure permette davvero allo staff di avere una possibilità in più?

Cosa significa davvero “allargare la rosa”

È qui che la formula utilizzata dal nuovo allenatore smette di essere una frase da conferenza stampa.

Allargare la rosa non significa convocare più persone.

Una lista lunga può esistere sulla carta.

La profondità vera è un’altra cosa.

Vuol dire sapere che una giocatrice può entrare durante una partita internazionale senza abbassarne il livello.

Vuol dire poter scegliere un profilo diverso perché cambia l’avversaria.

Vuol dire avere qualcuno pronto quando una titolare non è disponibile.

Vuol dire arrivare a un Sei Nazioni senza essere costretti a chiedere sempre alle stesse quindici, venti o ventitré giocatrici di sostenere tutto il peso della competizione.

Nel testo che precedeva il WXV questa era già la vera domanda: non quanti nomi sarebbero comparsi nelle convocazioni, ma quanti sarebbero usciti dalla finestra internazionale con uno spazio realmente diverso.

E probabilmente sarà ancora questo il metro più interessante a fine ottobre.

Da 106 a zero

Ci saranno anche quattro risultati.

Conteranno.

Una Nazionale gioca per vincere e qualsiasi analisi che fingesse il contrario sarebbe incompleta.

Ma questa finestra consegnerà allo staff qualcosa che il tabellone non può mostrare.

Minuti. Reazioni. Combinazioni. Errori. Conferme. Nuove gerarchie.

Forse qualcuna delle giocatrici entrate nel WXV senza una presenza internazionale ne uscirà ancora ai margini.

Forse qualcun’altra avrà iniziato a costruire una carriera azzurra.

Forse una giocatrice che oggi sembra indispensabile scoprirà di avere finalmente un’alternativa.

Ed è per questo che la prima Italia di Plinio Sciamanna non parte davvero dal Giappone, dal Sudafrica o dagli Stati Uniti.

Parte dalla distanza che esiste dentro il suo stesso gruppo.

Da 106 caps a zero. E da tutto quello che può succedere nel mezzo.
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